La
Parrocchia Sant'Antonio Abate di Aci Sant'Antonio
I primi
abitanti che formarono il borgo di Casalotto avvertirono subito il bisogno di
affidare a Dio se stessi, le loro famiglie, le loro terre, e vollero scegliere
uno speciale protettore, un Santo Patrono al quale potessero ricorrere nei loro
molteplici bisogni.
La
scelta cadde su S. Antonio Abate, non a caso, ma perché avranno saputo che era
vissuto lontano dal mondo, nella solitudine, nella campagna. L'esperienza
terrena fatta da Antonio era, in certo senso, vicina alla loro; infatti vivevano
essi lontano dalla città, in campagna, allevavano animali che li aiutavano nel
lavoro e davano loro di che vivere.
Infatti,
sentirono il bisogno di pregare insieme e di esternare la loro fede; per questi
motivi si costruirono una Chiesa, certamente piccola in un primo tempo, dedicata
a Dio e al Santo Patrono.
Non ci
è dato conoscere come si svolgeva nei primi tempi la vita religiosa. Conosciamo
che la Chiesa più antica e più vicina era quella di Nostra Signora di Valverde,
e dunque ad essa dovette affiliarsi la nuova Chiesa costruita nel loro
quartiere.
Valverde
diventò importante perché considerata terra prediletta di Maria per cui i
Vescovi di Catania nella cui giurisdizione essa era inclusa curavano molto la
devozione alla "Madonna della gru" inviandovi dei sacerdoti perché si
prendessero cura dei pellegrini e delle persone che in quelle terre abitavano.
Come
oggi, così nel passato la gente ha sentito il bisogno di unirsi per aiutarsi,
difendersi, sentirsi più sicura, progredire. Questa unione, nel passato più
che nel presente si attuava per i cristiani attorno ad una Chiesa quale centro
di vita religiosa e civile.
Così
avvenne per quel nucleo di famiglie che formarono il quartiere di Casalotto.
Mano a mano che ci si affezionava al luogo cresceva il numero degli abitanti, la
terra veniva resa più ospitale e pronta a dare i suoi frutti, i boschi
diventavano prati adatti alla coltivazione.
Si era
creata così una comunità di lavoro, di animi, una comunità di amore e di
fede. Per l'amministrazione dei battesimi, per celebrare i matrimoni tra i
giovani dello stesso borgo o di altri borghi vicini, per poter fare insieme le
loro pratiche religiose crescendo sempre più il numero degli abitanti, si
sentì il bisogno di avere una Chiesa più grande, un campanile che diventasse
voce sonora per tutte le esigenze, dall'allarme per l'incendio alla chiamata
alla Messa, dal segnale per l'inizio o la fine del lavoro (Padre nostro - Ave
Maria), dagli annunzi di nascite e quelli di morte. In quell'epoca gli stessi
cadaveri trovavano posto sotto il pavimento delle Chiese!
La
storia purtroppo non ci fa conoscere quando iniziò questo servizio religioso,
quando fu costruita la prima Chiesa, quando essa fu ampliata, quale
giurisdizione aveva il sacerdote che l'officiava. Il canonico Raciti ci fa
sapere che la Chiesa di Casalotto era antica quanto il primo villaggio di
Casalotto e che essa venne elevata a Chiesa Sacramentale nel 1556 da Mons.
Caracciolo, vescovo di Catania, pur rimanendo alla dipendenze di quella di
Valverde. Non possediamo altri documenti se non quello, assai prezioso, che si
riferisce al Decreto emanato dal Vicario di Catania nel 1563. In esso, datato 10
gennaio 1563, si legge che il Vicario Generale di Catania concede agli abitanti
di Casalotto il permesso di portare in processione il 17 gennaio di ogni anno la
Statua del Patrono S. Antonio Abate.
Ciò fa
supporre che la devozione al Santo fosse parecchio anteriore a quella data, che
gli abitanti avessero fatto costruire una statua che lo raffigurava e che
disponessero di un mezzo per portarla in processione, che esistesse una Chiesa
abbastanza sufficiente per la popolazione, ovviamente, che ci fosse del clero
che officiava la Chiesa pur dipendendo dalla Parrocchia di Valverde, come
espressamente detto nel citato decreto.
A
questa data non esiste ancora la Parrocchia autonoma; essa verrà in appresso,
nel 1566, a quanto ci è dato sapere.
Come
Parrocchia autonoma o come Chiesa sacramentale soltanto, in essa si
amministravano i sacramenti del battesimo, del matrimonio e si celebravano le
esequie. Ne fanno fede i registri dove sono segnati coloro che venivano
battezzati, coloro che si sposavano e coloro che passavano a miglior vita:
"Liber Baptizatorum, Matrimonii et Defunctorum". Tali registri
iniziano nel 1574 e vanno sino ai nostri giorni; sono ben ordinati e ben
conservati; sono registri che poche delle antiche parrocchie possiedono. Essi
fanno onore ai sacerdoti del tempo i quali attuarono subito il decreto del
Concilio di Trento in cui si stabiliva di segnare in appositi libri
l'amministrazione dei Sacramenti. Questi libri sono il segno autentico che la
Chiesa di Casalotto era nel territorio tra le più importanti del tempo, e già
con vitalità "parrocchiale".
Nel
primo volume che va dal 1574 al 1613 sono legati insieme i fascicoli che
riguardano battesimi, matrimoni e defunti mentre dall'anno 1614 abbiamo tre
distinti registri; solo dal 5 settembre 1760 inizia la registrazione delle
cresime. In quell'anno era vescovo di Catania Mons. Salvatore Ventimiglia che,
in occasione dalla S. Visita tenuta nella città di Aci S. Antonio, confermò
quattrocentoquarantadue persone tra adulti e ragazzi. Sono segnati tutti i nomi
dei cresimati con il cognome e la paternità.
Sfogliando
questi registri troviamo delle date e delle notizie molto preziose; sono
punti di riferimento per la storia della nostra Parrocchia e anche del nostro
Comune, non possedendosi altre fonti storiche di tanto valore.
Il
primo atto di battesimo è del 10 febbraio 1574. è
scritto in un idioma particolare: "Die X febbruarii 1574 Ego
Presbitero Francesco Bua battizzai la figlia (di) Antoni Cristaldo (di) nome
Maria in foribus ecclesia in sacro fonte la tinni Jeronimo Culmo".
Nel
primo atto di matrimonio si legge: "Jo presbitero Caesaro Falco Cappellano
di lo Casalotto ho promulgato in la venerabile Ecclesia di Santi Antoni per tri
festi solenni ccossì como comandano li sacri canoni di lu consiglio tridentino
lo matrimonio infra Petro Cuturi et Petruzza Cristaldo et infra loro non ci fu
nissuno impedimento pertanto li ho dati li sacramenti di la Santa matri Ecclesia
presenti Jeronimo Culmachi et Franciscu Ardizzuni. Die 8 febbraio 1574". I
due atti trascritti provano che la Chiesa di S. Antonio Abate nel 1574 fungeva
da vera Chiesa parrocchiale dal momento che in essa si amministravano i
sacramenti, compreso quello del matrimonio compiendovi anche gli atti
preparatori, incluse le pubblicazioni.
Pochi
anni più tardi, nel 1579, D. Cesare Falco è detto Cappellano "della
Parrocchia di Casalotto". Andando avanti si moltiplicano i Cappellani e nel
1616 uno dei due Cappellani è detto "Vicario".
In quel
tempo la Parrocchia era molto estesa, anche perché esteso era il territorio
comunale. Si estendeva fino a Bongiardo e a Pisano come provano gli atti di
matrimonio del 10 settembre 1799 e un attestato del 1845 che enumera tra le
chiese del Comune quella della Abazia di Pisano il cui cappellano ha il titolo
di "abate". Può esserne anche prova il fatto che in un antichissimo
quadro che si conserva nella Chiesa di Bongiardo, assieme alla Madonna sono
raffigurati dei Santi tra cui S. Antonio Abate.
Si sa
bene che le Parrocchie furono riorganizzate dal Concilio di Trento
(sessione 24ma) ma che la loro configurazione attuale non è anteriore alla
promulgazione del Codice di Diritto Canonico del 1917.
Nel
'600 in molte Diocesi il Vescovo era non solo il Parroco della Cattedrale, ma
anche il Parroco di tutte le chiese della Diocesi.
Così
avvenne che la Diocesi di Catania il cui Vescovo era l'unico Parroco di tutte le
parrocchie, di fatto affidate ad un sacerdote che fungeva da parroco, ma che si
chiamava Vicario o Viceparroco. Ad esso erano concesse tutte le facoltà
dell'attuale parroco.
Così
la parrocchia di Casalotto in S. Antonio di Jaci ebbe in D. Antonio Cunsolo il
suo primo Vicario o Viceparroco del vescovo di Catania. Questo stato di cose
nella nostra parrocchia dura fino al 1921. Infatti, sebbene parrocchia autonoma
riconosciuta civilmente, come provano le sentenze del Tribunale civile di
Catania del 6 febbraio e del 12 settembre 1891, la parrocchia ebbe il suo
assetto definitivo il 19 dicembre 1921. In tale data Mons. Salvatore Bella,
Vescovo di Acireale, costituendo contemporaneamente ben quarantadue parrocchie,
conferma quelle esistenti e sancisce che a capo di ognuna vi sia un Parroco
coadiuvato, occorrendo, da uno o più viceparroci. L'antico "Vicario"
diviene, talvolta, "Vicario Foraneo" in quanto presiede in qualche
modo ad un gruppo di Parrocchie di un ben delimitato territorio.
Dal
1616 al 1921 ben ventisette Vicari ressero la nostra Parrocchia. Tutti hanno
lasciato segni
della cura per la Chiesa Madre che è certo tra le più belle ed artistiche di
questo versante etneo.
In
tutti questi anni il Clero locale con il suo esempio e il suo zelo ha dato un
valido contributo alla formazione cristiana dei santantonesi e alla costruzione
o ricostruzione delle varie chiese del nostro paese. Quelli di loro che per
motivi vari si sono allontanati e anno talvolta occupato posti di
responsabilità altrove, hanno fatto onore alla loro parrocchia d'origine. Un
elenco dei Vicari, dei vari Cappellani e dei tanti Sacerdoti legati ad Aci S.
Antonio è riportato alla fine di questa pagina per il valore storico che esso
può avere.
Ma tra
i tanti nomi mi pare sommamente doveroso citare quello di un sacerdote rivestito
dalla dignità episcopale a onore e vanto della nostra terra: Mons. Giovanni
Pulvirenti. Nel volume edito dopo la sua morte è illustrata la sua vita di
sacerdote e di Vescovo; a noi basta qui ricordarlo, soprattutto come fondatore
dell'Oratorio Festivo e come educatore di tanti giovani. Per suo espresso
desiderio i suoi resti si trovano sepolti nella Chiesa "Madonna delle
Grazie" accanto all'altare del SS.mo Sacramento del quale egli fu
devotissimo, e accanto all'altare della Madonna che considerò sempre come sua
particolare madre. Come è detto altrove, l'Oratorio, comprato a sue spese, alla
morte passo al fratello Gaetano che, rispettando la di lui volontà, lo donò
alla Parrocchia con atto del 19-1-1955.
Cappellani,
Vicari, Parroci ed Arcipreti dal 1564 ad oggi
1 |
1564
|
Domenico
Francesco Bua |
Cappellano
di lo Casalotto in la Ven. Ecc.sa di S.to Antoni
|
morto |
|
2 |
1574 |
Cesare
Falco |
Cappallenus |
" |
1590 |
3 |
1613 |
D.
Antonio Consoli |
" |
" |
1645 |
4 |
1615 |
D.
Francesco Consoli |
" |
" |
1618 |
5 |
1616 |
D.
Antonio Consoli |
et
Vicarius |
" |
1645 |
6 |
1632 |
D.
Giov. Battista Consoli |
" |
" |
1678 |
7 |
1642 |
D. Giuseppe Dott. Spina |
" |
" |
1647 |
8 |
1646 |
D.
Giov. Battista Consoli |
" |
" |
1678 |
9 |
1679 |
D.
Erasmo Scalia |
" |
" |
? |
10 |
1679 |
D.
Giacinto Goliti |
" |
" |
1725 |
11 |
1686 |
D.
Mich Angelo Quagliata |
" |
" |
1720 |
12 |
1688 |
D.
Giacinto Golti |
" |
" |
1725 |
13 |
1698 |
D.
Mich Angelo Quagliata |
" |
" |
1720 |
14 |
1715 |
D.
Giacinto goliti |
" |
" |
1725 |
15 |
1719 |
D.
Gaspare Cantarella |
" |
" |
1740 |
16 |
1734 |
D.
Leandro Musmeci |
" |
" |
1749 |
17 |
1748 |
D.
Orazio Biagio Maugeri |
" |
" |
1794 |
18 |
1750 |
D.
Gaetano Musmeci |
" |
" |
1772 |
19 |
1772 |
D.
Filippo Ardizzone |
" |
" |
1812 |
20 |
1779 |
D.
Pietro Recupero |
" |
" |
1781 |
21 |
1781 |
D.
Giuseppe Cosentino |
" |
" |
1794 |
22 |
1799 |
D.
Salv. Stefano D'Amico |
" |
" |
1845 |
23 |
1803 |
D.
Francesco Gagliano |
" |
" |
1837 |
24 |
1841 |
D.
Giovanni Maugeri |
" |
" |
1844 |
25 |
1844 |
D.
Francesco Di Grazia |
" |
" |
1892 |
26 |
1858 |
D.
Nunzio Cosentino |
" |
" |
1889 |
27 |
1862 |
D.
Antonio Caramma |
" |
" |
1887 |
28 |
1877 |
D.
Francesco Di Grazia |
" |
" |
1892 |
29 |
1892 |
D.
Gaetano Di Grazia |
" |
" |
1892 |
30 |
1896 |
D.
Salvatore Puglisi - Vicario, il quale nel 1921 per la riforma della
Parrocchia e l'erezione di nuove Parrocchie rinunzia. Viene eletto economo
spirituale Mons. Mario D'Agata (1-2-1922). Il Vicario don Salvatore
Puglisi. |
" |
1928 |
31 |
1922 |
Mons.
Mario D'Agata |
1°
Parroco di Aci S. Antonio (1-4-22) |
" |
1934 |
32 |
1928 |
D.
Salvatore Leotta |
Parroco |
" |
1962 |
33 |
1932 |
D.
Salvatore Samperi |
Parroco
e Vicario Foraneo |
" |
1947 |
|
1934 |
D.
Salvatore Samperi |
Arciprete
per sé e per i suoi successori |
" |
|
34 |
1945 |
D.
Pasquale Lanzafame |
Arciprete |
" |
1954 |
35 |
1952 |
P.
Luigi Cisternino |
M.I.
Economo Spirituale |
" |
|
36 |
1953 |
Mons.
Michele Messina |
Arciprete |
" |
1976 |
37 |
1974 |
D.
Vincenzo Torrisi |
" |
" |
2005 |
38 |
25/09/2005 |
Don Vittorio Rocca |
Arciprete parroco fino al |
06/09/2015 |
39 |
07/09/2015 |
Don Angelo Rosario Milone |
" |
attuale parroco |
Nascita della Chiesa madre di Aci
Sant'Antonio
E' stato scritto che la
zona acese si caratterizza per la sua viva tradizione di fede, di cui danno
testimonianza i frequenti edifici sacri. Di questi monumenti di fede fa parte la
Chiesa Madre di Aci Sant'Antonio che la pietà dei fedeli ha voluto costruita e
ricostruita a dispetto delle ire della natura. La primitiva Chiesa di
Sant'Antonio, venne elevata a sacramentale da Mons. Nicolò Caracciolo nel 1566
e dovette "essere riedificata per deliberazione del Consiglio
dell'Università acese il quale il 6 gennaio 1601 le accordò un sussidio di
onze 60 confermato dal R. Patrimonio il 16 marzo 1602". Dai registri contabili
risulta che ogni anno un predicatore, per lo più un conventuale si
fermava in parrocchia per la predicazione quaresimale, e ciò richiese presto
un'abitazione che potesse ospitarlo: nacque così la "casa del
predicatore". La somma stanziata per tale predicazione fu per quei tempi la
voce più consistente del bilancio. L'aumento della popolazione richiese
l'aumento dei "pastori". Nel 1616 si arrivò a cinque Cappellani. Dai
medesimi registri si desume che nel 1613 fu fatta la spesa per il fonte
battesimale e per una custodia d'argento con piede3 di rame per portare il SS.
Sacramento agli ammalati. Nel 1617 si pagano tre onze a Don Nicola, argentiere,
per "lo strumento della paci". Nel 1619 si fanno spese per la fabbrica
della Chiesa e nel 1620 si pagano onze due a Cesare Caruso per una fonte per
l'acqua benedetta che, verosimilmente, è quella posta accanto alla porta
principale della Chiesa (lo stile infatti e le sue condizioni la dicono molto
antica). Il 3 marzo 1639 il Comune di Acireale assegnava ad Aci S. Antonio le
entrate dei dazi destinati alla fabbrica del Convento dei Francescani, non
ancora cominciato e che non fu mai costruito per dissidi amministrativi. Con
l'accresciuto benessere e con l'aumento della popolazione il borgo formatosi
intorno alla chiesa di S. Antonio Abate potè gareggiare con quelli vicini per
prosperità e prestigio. Nel 1640 otteneva il privilegio della fiera franca e
nel 1672 il titolo di "Principato". Era il tempo della munifica
sovranità dei principi Riggio di Campofiorito; della relativa serenità locale;
di quel periodo fanno fede le spese e le realizzazioni anche riguardanti il
culto. Nei registri parrocchiali di "Conti introiti ed esiti" del 1656
si parla di realizzazione del pulpito; nel 1658 di spese per la
sostituzione"delle sei colonne della Vara del Glorioso S. Antonio" e di
indoratura della stessa "vara". Nel 1681 si fa la spesa per la
costruzione della "casa della vara" e nel 1699si fanno "il bacolo
d'argento e la mano d'argento" che costituisce il reliquiario del Santo. In
quel tempo oltre alla Chiesa Madre furono erette le altre chiese nel centro
abitato. La chiesa della Madonna delle Grazie, piccola ma necessaria in un rione
antico, povero ma abbastanza popolato. Fu costruita nello stesso posto dove si
trova l'attuale, ma si ritiene essere stata molto più piccola. La chiesa di S.
Domenica che in seguito sarà detta chiesa della Mercé perché religiosi detti
"Mercedarii" la presero in cura quando vi costruirono accanto un loro
convento. Furono erette inoltre la chiesa di S. Biagio, sede della Confraternita
del Purgatorio e della Morte e quella di S. Michele Arcangelo anch'essa sede di
un'altra Confraternita, quella del SS.mo Sacramento come altrove detto. Il
terremoto del 1693 rase al suolo tutti gli edifici sacri e non restò che la
chiesa di S. Domenica. Ci volle l'interessamento fattivo dei Riggio unito
all'impegno e al sacrificio dei fedeli per avere al più presto ricostruita la
Chiesa Madre nelle attuali dimensioni e, successivamente, anche le altre chiese.
Dell'attività seguita al terremoto dà conto un volume dal titolo
"Introito da esito dal 1681 al 1739". In quest'ultimo volume, accanto
alla nota "Fabbrica della chiesa capanna". in una annotazione del
gennaio 1694 riferentesi a spese sostenute nel 1693, si legge che "si dà
mandato al sac. Angelo Quagliata per avere fatto la spesa alla fabbrica
dell'ultima ( = ultimata) chiesa capanna al 30 gennaio 1694 di onze 32, tarì
44, grana 11". Si tratta dunque di una costruzione provvisoria,
probabilmente in legno, nell'attesa di ricostruire un novello tempio sulle
rovine di quello distrutto. Infatti, un mandato in data gennaio 1695,
riferentesi all'anno 1694, informa che sono state pagate "onze 30, tarì 3,
grana 51 per la calcina ed onze 3 di rina portata e consegnata".
Considerando la
cospicua somma e il basso costo della calce e della sabbia, si
può dedurre la quantità rilevante del materiale destinato appunto ad una
grande impresa. Fra i "mastri d'opera" sono più oltre indicati
Salvatore Amico e Mario
Pulvirenti. Nel 1699 si ha motivo di ritenere che era già innalzato nelle sue
linee essenziali poiché si credette opportuno sistemarvi una campana per la cui
fusione venne utilizzato il materiale della campana del tempio distrutto.
Infatti nel rendiconto del gennaio 1699 risulta che furono pagate "onze 7,
tarì 1, grana 5 al maestro Giacinto Gullo da Messina per avere fuso una campana
rotta di cantara 2,15". Nel rendiconto riferentesi al1699, si legge che si
dà mandato di pagare Giuseppe Puglisi onze 36, tarì 6, grana 19 "per
legname necessario al coperto di detta Matrice Chiesa. E' del 1702, con
registrazione al 31 gennaio 1703 la "fabbrica del Cappellone" per una
spesa di onze 24, tarì 19, grana 3; secondo una denominazione ancora in uso
nella zona di Acicatena, il nome "Cappellone" sta ad indicare il coro
dell'altare maggiore. Nel 1708 viene fusa la seconda campana del peso di 3
cantara e per il costo di 8 onze, da tale Domenico Nicotra; nel 1709 si
acquistò da "Giovanni Cutroni e compagni da Messina il legname per la
fabbrica di una bara del glorioso S. Antonio - il nuovo fercolo - per la spesa
di onze 19". Ancora altre sei onze vengono pagate a Don Michele Goliti
"deputato della bara", cioè membro di una commissione per
l'allestimento del fercolo. Sembra che tale esecuzione sia stata alquanto
laboriosa, perché ancora otto anni dopo si fa menzione di "dispensione al
baiardo della bara di S. Antonio", cioè a spese per le rifiniture della
parte inferiore dello stesso fercolo. E' dello stesso anno il mandato di pagare
onze 15, tarì 3 a don Giovanni Lo Coco da Acireale per la pittura del
Cappellonetto di S. Antonio: lo stesso pittore infatti è nominato ancora più
oltre per "avere pinzo la cappella del beato S. Antonio". Con questa
notizia le fonti divengono più avare di dati; solo nel 1721 annotano un mandato
a Giuseppe Rizzuto da Paternò e al figlio Mario "per la costruzione
dell'organo"; per il resto bisogna far ricorso alle tradizioni orali che ancor
oggi sono vivide e persistenti.
Pianta e prospetto della chiesa
Nelle
linee attuali la Chiesa è formata da un corpo longitudinale diviso in tre navate
da un doppio archeggiato che sorregge la sopraelevazione muraria su cui poggia
il soffitto rialzato della navata centrale. Le due file di pilastri si arrestano
incontrando il transetto, in modo da aversi un tipico esempio di pianta "a croce
latina" chiamata anche "croce comissa o patibulata" per lo sporgersi del
transetto. Prima di entrare nel tempio, ammiriamone il prospetto che sappiamo
essere opera dell'architetto Carmelo Battaglia da Catania. Infatti nei volumi
dei mandati, relativamente al 1789 si legge: "pagare onze 3 a don Carmelo
Battaglia per il disegno del prospetto della Chiesa Madre". Il prospetto è
diviso in due ordini e presenta delle semicolonne accordate da timpani -
triangolare il primo, leggermente arcuato il secondo - culminato nello slancio
moderato del campanile. Il timpano triangolare che sovrasta la porta centrale è
fiancheggiato da due semitimpani interrotti, recanti sulla loro linea inclinata
due puttini in instabile equilibrio. Il secondo timpano ripara la nicchia che
accoglie la statua del Santo, a sua volta fiancheggiata da lesene sormontate da
capitelli dello stesso stile. Ancora due lesene più brevi fiancheggiano
l'arcuata finestra del breve campanile. Lo slancio quindi, partendo dalla zona
inferiore, si esaurisce verso l'alto. Apprendiamo dal volume dei mandati (1771 /
1793) che "tutta quella pietra bianca abbisognata al nuovo prospetto fu fornita
da don Giovanni Platania della Città di Catania, che l'allestimento fu alquanto
laborioso poiché si protrasse dal 1787 al 1792, anno in cui la facciata fu
completa e vi fu apposta la porta maggiore. Sono menzionati per "maestria" del
prospetto don Emanuele de Martinez e don Francesco Oliveri e nell'anno 1792 vi
è annotata una spesa di 18 tarì per "brindisi alli mastri". Di data posteriore,
è cioè del 1797, sono "li finimenti" del prospetto. Infatti nel volume
riguardante gli anni 1793 / 1811, accanto alla didascalia "finimento del
prospetto", cos' si legge: "pagare onze 10 al signor Pietro Maugeri della città
di Catania per avere magistralmente terminato di stucco la statua del nostro
glorioso Patrono e i due puttini situati sul prospetto della onorevole chiesa
madre". Nel Mandato di pagamento relativo all'anno 1798 si nominano i "maestri"
Venerando D'Agata, Alfio Allegra e Raimondo Di Giovanni per "maestria" della
croce in ferro che corona il prospetto innalzandosi sul campanile. Più oltre,
sono menzionati il maestro Raimondo Di Giovanni per avere fuso la palla di rame
su cui poggia la croce, e don Domenico Privitera, marmoraio della città di
Catania, quest'ultimo per avere atteso l'allestimento della "lapide di marmo con
sue fasce ed iscrizioni" che sovrasta la porta maggiore, e in cui si legge:
D.O.M. DIVO ANTONIO ABBATI PATRONO CIVES
Dunque nel 1797 il
prospetto aveva assunto l'aspetto attuale; Panebianco e compagni completavano la
porta maggiore e Domenico Nicotra fondeva la terza "campana piccola", quella per
intendersi, che è posta al lato sud del campanile.
Interno della chiesa: Le navate
L'interno
della Chiesa rivela architettonicamente una solida coordinazione delle singole
parti conformemente con tipica disposizione della pianta a croce latina. Il
presbiterio è arricchito da un coro ligneo e da affreschi di Paolo e Alessandro
Vasta alle pareti e nel catino. Le navate minori terminano, oltre il transetto,
a destra con la Cappella dedicata al Santo Patrono e a sinistra con quella al
SS. Sacramento. Lo stesso Transetto trova un prolungamento nelle Cappelle del
Crocifisso e di S. Giuseppe. La prima coppia di arcate che scandiscono le navate
sostiene la cantoria nella quale si trova un antico organo che è carico non solo
di anni ma anche di firme di cantori e di visitatori. Nella navata di sinistra,
dopo la porta che immette nella casa canonica, si trova un piccolo altare
sormontato da un quadro di buona fattura raffigurante l'istituzione
dell'Eucaristia. Esso risale al 1759 e porta in alto la didascalia tratta
dal Vangelo di Luca "accepto pane, gratias egit". In torno alla tavola che è al
centro della scena stanno le figure di Cristo e degli apostoli, mentre Giuda
dallo sguardo sfuggente è rivolto invece verso l'osservatore. In primo piano un
coppiere verso del vino, su un altro piano un angelo adorante. Nonostante
l'antichità del dipinto, risaltano ancora i rossi drappeggi del manto di alcuni
apostoli e la tinta cinerina della tovaglia che copre la mensa. E' evidente
l'influsso del barocco nella angolazione della prospettiva, nell'enfasi delle
pose e nella maniera di fissare gli atteggiamenti. Subito dopo l'altare
descritto, si apre la
Cappella dell'Immacolata che si innalza su una irregolare
pianta ottagonale le cui sfaccettature sono delineate da semicolonne; una cupola
dalle lievi ed aggraziate decorazioni in stucco corona l'insieme. La parete
centrale della Cappella è occupata da un dipinto che sappiamo opera dello Sciuto
eseguito nel 1789. La Vergine vi è raffigurata alla maniera convenzionale, in
manto azzurro e con ai piedi la luna; le tinte sono vivaci e le forme poco
articolate. A coronamento si legge una espressione celebrativa tratta dal Libro
della Sapienza: "Nondum erant abissi et ego jam concepta eram". A sinistra del
dipinto, in una piccola nicchia, l'immagine della Madonna pellegrina di delicata
fattura settecentesca, cui i fedeli, come si legge, hanno dedicato "promesse
d'amore" a conclusione della visita dell'immagine stessa nelle loro dimore tra
gli anni 1954-1956. A destra ancora una candida statua dell'Immacolata in una
nicchia rivestita di pietra lavica risalente al tempo in cui era Parroco il sac.
Salvatore Leotta, e cioè tra gli anni 1928-32. Va aggiunto che sull'altare,
sottostanti il dipinto dello Sciuto si trovano quattro reliquiarii lignei,
preziosi esemplari di arte acese, il cui colore aureo è dato dalla famosa
"mistura d'argento". Pare che si trattasse di una composizione con fondo a base
argenteo e mistura di oro spalmata più volte sì da fare alla fine quel bel
colore aureo che ancor oggi si ammira: la formula di tale composizione,
patrimonio segreto e geloso di alcuni ignoti maestri acesi, è
scomparsa con essi. Le reliquie sono racchiuse in ovali circondati da volute
auree e sormontati da una pseudo-corona da cui si dipartono delle foglie
parimenti auree e dei fiori colorati con sfumature cinerine, rosse e azzurre.
Tale decorazione floreale è poi ripresa in basso all'interno dell'ovale, ed in
un piccolo riquadro del piedistallo. Della stessa fattura pare sia la porticina
a tamburo del
tabernacolo, forma che si ripete nell'altare del SS.mo Sacramento
e che è caratteristica esclusivamente della zona acese, perchè altrove è
abbattente. La porticina riporta incisi e poi dorati, probabilmente con la
stessa mistura, motivi geometrici con al centro la consueta raffigurazione
simbolica dell'agnello; il tutto superiormente coronato da un drappeggio.
Ritornando nella navata, si incontra subito l'altare dedicato alla Vergine del
Carmelo, celebrata in un quadro sistemato nella consueta inquadratura
architettonica. La Vergine, superiormente esaltata come "Decor Carmeli", assisa
su nubi e circondata da Angeli, porge l'antico scapolare al fondatore
dell'Ordine carmelitano S. Simone Stock. Attorno a Lei il Profeta Elia, un altro
personaggio non bene identificabile, S. Teresa d'Avila ed altri aggregati
all'Ordine; in basso le anime purganti, tra fiamme in verità poco terrificanti,
attendono per intercessine della Vergine e dei santi carmelitani la liberazione.
La fede dei cittadini ha voluto sovrapporre al dipinto, in corrispondenza del
capo della Vergine e del piccolo Gesù, delle corone argentee; una stella
anch'essa argentea brilla sul manto di Maria. Sull'altare ancora quattro
requiliarii lignei con al centro un piccolo ovale circondato da volute simili a
lingue di fuoco incrociantesi. L'effetto e l'esecuzione sono inferiori a quelli
della Cappella dell'Immacolata; la tinta aurea è più pallida e fa pensare ad una
variante della detta mistura acese. Nella navata destra la disposizione degli
altari è analoga a quella di sinistra; in corrispondenza però della Capella
dell'Immacolata si apre la porta laterale del tempio sormontata, come altrove si
è detto, dalla scritta: "Acis Superioris Principium et Nomen". Di fronte
all'altare dell'Eucaristia sta, in analoga architettura l'altare dedicato as SS.
Pietro e Paolo con quadro dello Sciuto sormontato della scritta "Principes
vincti sunt pariter". Le figure degli apostoli, sormontate da un angelo con la
doppia palma del martirio, recano in mano rispettivamente i consueti simboli
delle chiavi e del libro delle lettere, e sono costruite su due diagonali
incrociantesi trasversalmente; qui fa da base ideale la Spada di Paolo sul
pavimento. Anche questo dipinto rivela predilezione per i toni accesi e per le
forme un pò gonfie. Accanto all'altare, tra esso e la porta frontale minore,
l'imponente
battistero che risale, come si è detto, al 1613. Oltre la porta
laterale, di fronte all'altare della Madonna del Carmine, vi è quello della
Madonna del Rosario. La Madonna è rappresentata in un dipinto di buona fattura
ma di autore ignoto, circondata da S. Domenico, S. Rosa da Viterbo e S. Vincenzo Ferreri; intorno alle figure si notano, compresi entro medaglioni, i misteri del
Rosario addirittura miniati entro il piccolo riquadro dell'ovale. Delicati i
colori buona la composizione delle figure che sembrano rifarsi alla scuola del
Vasta, al pari del dipinto raffigurante la Vergine del Carmelo. Sull'altare
ancora quattro reliquiarii in tutto uguali a quelli che ornano l'altare opposto
della navata di sinistra. La navata centrale, ampia e luminosa, presenta lungo
le arcate ed i pilastri decorazioni pittoriche che ripetono quelle del coro ed è
impreziosita dal pulpito.
Il pulpito ligneo, risalente al 1725, ormai ha
soltanto una funzione ornamentale e decorativa; ha la forma di un'acquasantiera,
a decorazione imitante il marmo e con ricchi fregi aurei. Dal tetto pende la
colomba che simboleggia lo Spirito Santo ed in un riquadro ovale posto
frontalmente si notano i simboli del Santo Patrono. Le decorazioni della navata
centrale e delle navate laterali e gli stucchi che incorniciano dette
decorazioni sono opera del signor Nunzio Bella e figlio, da Acireale, e sono
stati allestiti nell'anno 1965 in occasione del rifacimento decorativo-pittorico
delle tre navate. La somma occorsa per tali lavori, come da nota dettagliata, è
stata di L. 1.546.122 ed è stata saldata del tutto solo il 17 aprile 1967. I
lavori di restauro si vollero legare al quarto centenario della prima
processione in onore di S. Antonio, come avrebbe dovuto ricordare la lapide che
fu composta ma non collocata, e che qui trascrivo: Hanc vetustam Aedem DIVO
ANTONIO ABATI PATRONO dicatam peracto quarto centenario a decreto processionem
faciendi eiusque Imaginem circunferendi Paulo VI Summo Pontifice Paschale Bacile
Episcopo plaudente populo Archipresbiter Michael Messina restauravit
11.1.1563-17.8.1964.
(dal libro di
Mons. Michele Messina "Notizie storiche su Aci S. Antonio")

Cappella dell'Immacolata |

Reliquario |

Tabernacolo |

Battistero |

Pulpito ligneo |
Il transetto
Molto importante dal
punto di vista artistico e storico è il transetto. Nel rimuovere la
pavimentazione, circa mezzo secolo fa, è venuta alla luce una zona cava
sottostante adibita in passato alla luce sepoltura dei fedeli defunti. Essa
oltre che in corrispondenza delle Cappelle del transetto si estendeva anche
verso la zona centrale sovrastata dalla cupola. Come ancora affermano testimoni
oculari, nelle zone sottostanti le cappelle i corpi erano composti su travi di
legno disposte a graticola, simili a un rogo; inoltre nella parte centrale
esisteva un sedile circolare in pietra sul quale erano accomodate, come se
fossero in coro, le salme degli ecclesiastici. Le salme furono poi tutte
tumulate nel cimitero, quando questo fu costruito nel 1872, mentre il sottosuolo
della Chiesa fu riempito di opportuno materiale. La cupola che accentra ed
esalta la spazialità dell'interno fu costruita nel maggio del 1774 da Giuseppe
Costantino di Catania per onze 106, tarì 16 e grana 11, essendo Vicario Don
Filippo Ardizzone. Essa è sottolineata da motivi decorativi che richiamano gli
affreschi del coro e si estendono ai pilastri e alle arcate, mentre le aperture
delle finestre alleggeriscono il volume. Agli angoli della cupola si accampano
quattro figure allegoriche femminili che il Raciti ed il Nicotra hanno
attribuito a Michele Vecchio, autore anche del S. Sebastiano di Acireale nella
omonima basilica, datando l'opera intorno al 1777. Il registro dei conti ha
confermato tale attribuzione: in esso si legge che nel 1778 (riferendosi appunto
al 1777) "onze 3 a Don Michele Vecchio pittore a conto de quadroni pitturati
nella cupola". Gli affreschi raffigurano le virtù teologali, cui è aggiunta la
Temperanza che doma le passioni, simboleggiate dal mostro, ed assomma le virtù,
simili a gemme equilibrate su una bilancia. Secondo taluni, il quarto affresco
raffigura la prudenza, detta da S. Tommaso "auriga virtutum". Il transetto è
coronato a sinistra dalla Cappella del Crocifisso e a destra da quella dedicata
a S. Giuseppe, entrambe innalzantesi su irregolare pianta ottagonale. Nella
Cappella del Crocifisso un Cristo in croce guarda il bellissimo altare di marmo
intarsiato con decorazioni floreali, ugualmente marmoree in bianco-rosate su
fondo nero; pregevoli due puttini in marmo, posti sulla parte superiore
dell'altare, recanti la lancia e la spugna, opera del maestro Melchiore Greco
nel 1782. Lungo le pareti della cappella si notano due dipinti, opera piuttosto
recente del pittore acese Francesco Patanè, raffiguranti un perplesso S. Pietro
col gallo e un ispirato S. Antonio Abate tentato dai demoni. Seguono a sinistra
una nicchia ospitante la statua dell'Ecce Homo e a destra, in arcosolio, un
Cristo morto, in legno, di piccole dimensioni, ma molto espressivo. Le ultime
due figure poste lateralmente al Crocifisso sono le più interessanti: si
riteneva appartenessero ad un unico dipinto posto sulla parete centrale, ma in
seguito si è scoperto essere state invece realizzate separatamente. Sono le
figure di S. Giovanni evangelista e Mari Maddalena da un lato e dell'Addolorata
dall'altro. Le figure sono molto ben costruite, armoniosi e leggeri i colori pur
nel fondo reso oscuro dal tempo, moderatamente enfatici i drappeggi e
dolorosamente espressivi i volti. Una fortunata ricerca tra i volumi
dell'archivio parrocchiale ha permesso di attribuire i dipinti al pittore
Alessandro Vasta collaboratore e figlio di Paolo Vasta, di cui si dirà meglio
appresso. I mandati dell'anno 1793 indicano: "pagare al figlio di Paolo Vasta
pittore onze 6 come prezzo di quei due quadroni posti ai fianchi del S.
Crocifisso, nei quali sono dipinti S. Giovanni e S. Maria Maddalena e Maria
SS.ma". Da notare che la Cappella non aveva in origine la stessa forma
ottagonale attuale, ma era quadrata. Lo attesta ancora il vano posto dietro il
quadro dell'Addolorata. Risulta inoltre che dietro una parete di mattoni a
coltello si trovano delle antiche pitture di non si sa quale valore. Il suo
aspetto poligonale è evidenziato oggi dal rosso cupo delle pareti, alleggerito
dagli stucchi rifiniti in oro zecchino convergenti nella cupola al cui centro si
trova la raffigurazione simbolica dell'Agnello. La Cappella di S. Giuseppe ha un
aspetto meno curato; al centro, sotto il dipinto celebrante la Sacra Famiglia,
un altare policromo con agli angoli volti di angeli in marmo bianco che sembrano
rifarsi allo stile miniaturistico della balaustra dell'altare maggiore. Molto
originale la parte superiore dell'altare in legno dorato digradante verso
la parete con quattro gradini ornati, nella parete frontale, con fregi floreali
a rilievo e decorati in oro zecchino. Al centro di essi i simboli del Santo
Patrono: la T, abbreviazione di Taumaturgo, oppure, come si legge in una antica
immagine, dell'appellativo di "Terror Averni"; il FUOCO, che sia quello che il
Santo ha più volte scongiurato dalla città, sia la malattia che prende il nome
di "fuoco di S. Antonio", per la quale si invoca il suo patrocinio; la CAMPANA,
appendice del pastorale, e la MITRIA, simbolo della dignità ecclesiastica
(Abate). Il dipinto che corona l'altare raffigura S. Giuseppe in seno alla Sacra
Famiglia e comprende anche la SS. Trinità in ordine ascendente. E' di autore
ignoto come gli altri due quadri alle pareti laterali celebranti con forme
alquanto gonfie e di ingenua esecuzione la Natività e l'Adorazione dei Magi. La
volta della Cappella è stata dipinta nel 1921 dal pittore Rosario Scavo di Aci
S. Antonio che ha voluto raffigurarvi la gloria di S. Giuseppe patrono della
Chiesa universale. Infatti, nella parete centrale, sullo sfondo, è dipinta la
basilica si S. Pietro. Intorno angeli cantori disposti secondo le sfaccettature
della volta; il tutto a tinte vivaci e con intenzione celebrativa.
Il Cappellone e i Cappellonetti

|
Le due cappelle in
corrispondenza delle navate minori - oltre il transetto - sono dedicate al Santo
Patrono e al SS.mo Sacramento. La Cappella di S. Antonio Abate è a pianta
quadrata sormontata da una cupoletta con quattro riquadri pittorici entro cui
sono raffigurati angeli recanti i consueti simboli del Santo; agli angoli
delicate decorazioni floreali che si ritrovano all'interno dell'arco sovrastante
la cancellata d'ingresso in ferro battuto; al centro della cupola una grande T.
|

|
Come si deduce dalle solite "note spese", un certo don Giovanni Lo Coco da
Acireale ha "pinzo" la Cappella del Santo intorno all'anno 1708; probabilmente
possono attribuirsi a lui queste esecuzioni leggere che si stagliano con una
certa grazia su un tenue e sbiadito fondo cinerino. Diciamo "probabilmente"
poiché la Cappella conobbe anche il pennello di tale Luigi Strano; si legge
sopra l'arco, dal lato interno, "Luigi Strano pinse dal 1894". Immediatamente in
alto, a sinistra, entro un arco che confina con la cupola, ecco un'opera
attribuita all'acese Pietro Paolo Vasta che Lionardo Vigo considera come il più
grande pittore siciliano del secolo XVIII. Alunno di Antonio Filocamo e ideale
discepolo di Giacinto Platania, Paolo Vasta si perfezionò a Roma alla scuola di
Luigi Garzi, divenendo a sua volta maestro del celebre Vito D'Anna, nonché
fondatore di una scuola pittorica che da lui prese il nome di "vastesca" e che
molto operò, assieme al maestro, nella zona acese. A lui il Raciti riconosce il
merito di avere reso monumentali con i suoi preziosi affreschi le chiese di S.
Sebastiano, dei Crociferi, di S. Maria del Suffraggio, di S. Antonino e della
Cattedrale di Acireale. E' il Nicotra che attribuisce a Paolo Vasta l'affresco
che trovasi sulla nicchia che accoglie la statua del Patrono, raffigurante la
sepoltura di S. Paolo eremita. Il vecchio Santo, visibilmente prossimo alla
morte, è sorretto da alcuni angeli, mentre S. Antonio osserva assorto due leoni
che - in primo piano - si accingono a scavare una fossa per l'Eremita morente;
sulla scena aleggia un senso di pietà, di pacata accettazione della morte ed una
grande serenità. "Questo affresco che ha molto sentimento ed anche originalità,
rimase coperto per un certo tempo con un intonaco a calcina e venne rimesso alla
luce solo pochi anni or sono in occasione di restauri nella Cappella" come
conferma il Nicotra che scriveva nel 1905. La statua del Santo Patrono custodita
nella nicchia, probabilmente di data anteriore alla costruzione della Chiesa,
dovrebbe essere quella
stessa della quale si parla nel privilegio concesso nel
1563 dal Vicario Anzalone. Nessun documento infatti riporta mandati di pagamento
per l'acquisto o la esecuzione del simulacro del santo, mentre si hanno
documentate notizie per il fercolo che doveva accoglierlo. Neppure la tradizione
orale tramanda alcunché a riguardo ed è possibile e probabile che la statua
abbia superato indenne la rovina del terremoto del 1693. La statua è
confezionata con materiale composto di sacco e gesso, come si può facilmente
constatare. Solo la testa e le mani, nonché un sostegno interno, solo di legno,
ma risultano ben fusi con il vestimento dal pluviale azzurro che nasconde sotto
una vernice dorata dalle decorazioni damascate l'umiltà della sua composizione.
Ancora più antica sembra la base di legno su cui poggia il santo, decorata con
figure chiare a bassorilievo di stile orientaleggiante e risaltanti sul fondo
nero. Fra dei puttini un inatteso centauro, raffigurazione pagana simboleggiante
le tentazioni; sulla base sono fissate altre due figure, un puttino in legno di
fattura posteriore ed un piccolo S. Macario, discepolo del Santo. Di sicura
datazione, e cioè del 1789, è il cosiddetto "miracolo del pane" che riveste il
pannello scorrevoleche chiude la cappellina. E' opera dello
Sciuto, e raffigura
il Santo nel consueto atteggiamento pensoso ed assorto, S. Paolo Eremita con un
atteggiamento più deciso e indicante un corvo che reca due pani. I colori sono
pacati, sfumato lo sfondo, leggere movenze. L'altare di marmo policromo,
costruito nel 1843, è continuato in alto da un riquadro marmoreo che si appoggia
alla parete ed accoglie il quadro del pittore messinese Michele Panebianco,
raffigurante il Santo Patrono; come ammette il Raciti, è un'opera pregevole e
sembra più miniatura che pittura. Il Santo vi è ritratto in atteggiamento
estatico e adorante dinanzi all'occhio di Dio, su uno sfondo paesaggistico
egiziano; la esecuzione è del 1842 e rivela una attenta cura dei particolari.
Ancora sull'altare quattro cartegloria in legno dalle ricche volute
decorate in argento senza "mistura" e quattro piccoli reliquiari dalla severa
composizione. Agli angoli della cappella due grandi candelabri lignei sostenuti
da angeli, parimenti decorati con il composto acese, e due candelabri di rame
riccamente cesellati; sulla parete sinistra della cappella numerosi "ex voto"
attestanti grazie ricevute. Cogliamo qui l'occasione per accennare ad altri
"oggetti"realizzati in omaggio al Santo e che non sono collocati nella "sua"
cappella. Sono quattro candelore o cerei che durante la processione solenne del
Santo per le vie del paese lo accompagnano, quale omaggio di alcune categorie di
cittadini. In un inventario del 20-9-1774 è scritto: "sei torce grandi con sue
barette di legname: Consoli, Massari, Religiose, Donne, Mastri, Cavallacci".
Questa annotazione ci tramanda che in quel tempo esistevano delle grandi torce
che servivano per illuminare il percorso della processione e che venivano
abbellite e portate a cura di alcune categorie di persone. Più tardi il numero
arrivò ad otto e col numero aumentò anche "l'abbellimento". Adesso ne esistono
quattro: quella dei "carrettieri", dei "chianisi", dei "zappaturi" e dei
"mastri". L'ultima venuta è quella dei chianisi ed è del 1947. Alte circa tre
metri, sono di legno dorato con mistura acese e ornato di volute, festoni e
puttini. Nella parte poggiante sul ricco basamento sono vivacemente istoriati
miracoli ed episodi della vita di S. Antonio, in genere ripresi dai motivi che
adornano l'interno della chiesa. I vari piani sono progressivamente rientranti e
da essi si protendono angeli e lampade. Di esecuzione anche ammirevole è il
farcolo del Santo. Un alto basamento dalla decorazione barocca costiene sei
colonne scanalate, coronate dai capitelli corinzi su cui poggiano delle
cariatidi. Corona il tutto un architrave sporgente, riccamente istoriato, mentre
la mistura acese completa l'opera con il suo tocca aureo. Torniamo alla
descrizione della chiesa e precisamente della navata centrale. Essa è continuata
oltre il transetto dall'abside o "Cappellone" che si innalza di alcuni gradini
sul piano della navata: questo è introdotto da una balaustra in marmo dai colori
assortiti e bene armonizzati nelle varie decorazioni a bassorilievo; essa
risulta allestita nel 1784 da ignoto maestro. La circonferenza dell'abside è
arricchita da un coro ligneo con doppia fila di sedili, opera del maestro
Ignazio Patanè e il cui completamento si ebbe solo nel 1789. Il coro è abbellito
da opera pittorica dello stesso pittore Sciuto che eseguì i quadri
dell'Immacolata, dei SS: Pietro e Paolo ed il pannello davanti alla nicchia del
Santo. Per gran parte dell'anno sull'alatre maggiore troneggia un ricco dossello
di velluto di pregevole fattura, eseguito nel 1786. Vi si trovano sempre sei
candelieri decorati e quattro reliquiari posti tra gli stessi alti candelabri.
Anche ai lati della balaustra si trovano due enormi candelabri che ripetono le
stesse forme ricche ed eleganti di quelli posti sull'altare maggiore.
All'interno dell'arcata in corrispondenza della balaustra si legge in caratteri
arabi arcaici la data 1753, la stessa che è ripetuta alla fine della iscrizione
assecondante il perimetro della abside. Vi si legge: "ACENSIS POPULUS MAGNO
DIVOQUE PATRONO ANTONIO ABBATI DICAVIT PICTURAE VENUSTATE ORNAVIT (anno 1753)".
E veniamo agli affreschi che sovrastano gli scanni del coro. Su quello di destra
l'autore ha così sottoscritto la propria opera: Vasta P. Nel tempo si è voluto
intepretrare la P. come abbreviazione di PINXIT, e in tal caso persisterebbe
l'incertezza dell'attribuzione degli affreschi a Paolo o al figlio Alessandro.
Un attenta lettura dei "mandati" per gli anni 1745 - 1760 ribadita a pag.244 del
Libro dei Conti "introiti ed esiti dal 1741 al 1768" a però confermato la
partecipazione di entrambi i pittori, Paolo ed Alessandro, alla esecuzione che
fu conclusa l'anno 1753 come attesta la data ivi apposta. La Chiesa Madre di Aci
Sant'Antonio può quindi a ragione gloriarsi per aver affidato ai più illustri
pennelli siciliani del secolo XVIII le lodi del Santo cui è dedicata. Ed ora
passiamo ad osservare più attentamente gli affreschi, confortati dalla certezza
della loro paternità, malgrado alcuni restauri fatti da Giuseppe Spina.
L'affresco di destra raffigura l'approdo del Santo, in groppa ad un drago alato,
sulle rive di un paese non identificabile. Il cielo ha tenui colori che
digradano dal rosa pallido all'azzurro, venato di candide nuvole; sullo sfondo
delle colline ondulate; in alto una costruzione orientale; esotica la foggia dei
copricapo di alcuni personaggi. Manca il cane che la tradizione vuole sempre
presente nelle opere del Vasta; é presente il cavallo posto nella posizione
degli altri suoi dipinti. L'affresco è accompagnato sino al limite della parete
da decorazioni varie con conchiglie e volute comprese entro i riquadri
allungati, motivi decorativi che sono ripetuti sulla parete opposta e
posteriormente ripresi lungo i pilastri che sostengono le arcate divisorie delle
navate. L'affresco di sinistra rappresenta un miracolo che Sant'Antonio avrebbe
operato nel deserto: avrebbe fatto scaturire dell'acqua per dissetare la gente.
L'episodio vuole paragonare Sant'Antonio a Mosè e, come accenna l'iscrizione che
vi si intravede, vuole esaltare la potenza che la preghiera del Santo ha presso
Dio. L'affresco della
volta
raffigurante la gloria del Santo sembra aver offerto all'artista lo spunto per
esaltare anche le sante vergini siciliane, S. Rosalia, S. Agata, S. Lucia e S.
Venera, che stanno insieme alla destra del Santo il quale veste il piviale
azzurro, mentre un angelo gli sorregge il pastorale. Più alto a destra ancora un
gruppo di santi: S. Caterina da Siena, S. Francesco d'Assissi, S. Domenico, S.
Ignazio; la loro raffigurazione è stata forse ispirata dalla esistenza in
Acireale di conventi di frati francescani, domenicani, e gesuiti. Al centro la
Vergine Maria addita il Santo; accanto la raffigurazione in senso orizzontale
della Trinità. Questa ricca assemblea paradisiaca asseconda la linea della volta
con moto quasi concentrico intorno al Santo che dal suo angolo sembra ascendere
continuamente verso l'alto, mentre vari angeli rendono leggiadra la composizione
dell'insieme, equilibrando la disposizione dei gruppi. Anche i colori
leggermente più accesi, ma sempre discreti, sembrano partecipare alla festosità
della glorificazione. Alla sinistra del Cappellone si apre, in continuazione
della navata minore, la Cappella del SS.mo Sacramento, cui i restauri del 1931
hanno conferito una certa opulenza. Infatti una statua del Sacro Cuore di
Gesù, entro una nicchia costruita in quella data, occupa ora il posto dell'antica
cupola del tabernacolo. Melchiere Greco, l'esecutore dei puttini marmorei della
Cappella del Crocifisso, ed Alfio Greco lavorarono intorno al 1792 alla custodia
marmorea del tabernacolo, trasformata poi, nel 1931, come si è detto, nella
forma attuale. Sempre nel 1792 i maestri Mario Bella e Ignazio Ganzirri
elaborarono il tabernacolo in legno e nella stessa epoca il maestro Alfio Serano
allestì la porticina d'argento, dietro compenso di 29 onze. L'interno del
tabernacolo e l'attuale porticina sono invece opera del maestro Priscilla da
Acireale che la elaborò nel 1880 per inacrico dell'allora Vicario; lo
attesta l'incisione "per devozione del Vicario Antonio Caramma 1880". Per
testimonianza di Mons. Michele Cosentino, fondatore dell'O.A.S.I., il vecchi
maestro Priscilla, accingendosi ancor giovane ad eseguire quel lavoro, dovette
versare una certa somma al Vicario per garantire la riuscita dell'Opera, prima
ad essere eseguita dal diciottenne artista.
La porticina ripete la
caratteristica forma a tamburo, tipica della zona acese, e raffigura l'episodio
evangelico della cena di Emmaus. Vi si notano mirabili effetti chiaroscurali
nella mensa e all'interno eleganti colonne sorreggono un architrave, parimenti
in rilievo, anche aseconda il vano arcuato del tabernacolo. Malgrado la giovane
età del maestro, l'opera è veramente pregevole e merita di essere associata in
un lusinghiero giudizio alle altre egregie esecuzioni che adornano la Chiesa
Madre. Solida nel suo vetusto candore, la Chiesa Madre di Aci Sant'Antonio
continua ad accogliere in un mistico abbraccio i suoi figli che in essa
scandiscono sacramentalmente i momenti salienti della vita.
(dal libro di
Mons. Michele Messina "Notizie storiche su Aci S. Antonio")
|